Sotto la lente...

Fabio Clementi è nato a Rimini il 13 Novembre 1956.

Il primo approccio con la musica...

E’ stato con dei brani di Jimy Hendrix e con i Creedence Clearwater Revival con i quali ho spaccato due poltrone ai miei genitori a furia di suonarci sopra con i pugni…stava uscendo fuori il batterista che era in me... Poi ho partecipato a tre orchestrine amatoriali e da lì in poi ho cercato di fare il professionista del mixer visto che gli altri miei colleghi facevano dei disastri, ed ho smesso i panni del batterista per vestire quelli del fonico. Nel ’78 ho conosciuto Raoul Casadei che cercava un ragazzino come fonico, ed ho iniziato così, poi nell’86 ero in tournèe con Jannacci.

Dopo Jannacci?

Ho lavorato con diversi artisti italiani: con Ivan Graziani per quattro anni, poi con Fiorella Mannoia altri cinque anni, e con Cocciante, Paolo Conte...

Alcuni tra i grandi nomi della musica italiana, ma non solo...

Sì, ho anche lavorato a diversi Festival Rock, Jazz e al Festival di Sanremo dal ‘90 al ’94, ma nel ’93, dato che la squadra tecnica era composta tutta da romagnoli, abbiamo fatto il tifo per la nostra Laura Pausini e ci siamo molto divertiti.

Oltre agli artisti con cui hai collaborato c’è qualcuno anche di internazionale con cui avresti voluto lavorare?

Internazionali sono tanti…ma ho avuto comunque la possibilità nell’ambito dei vari Festival di intraprendere rapporti professionali di pochi giorni con Miles Davis, i Manhattan Transfer, Ray Charles, i Motorhead con dei volumi pazzeschi...

La tua musica preferita?

Oltre a Jimy Hendrix, i Deep Purple, i Gentle Giant e i Toto, dove qualcuno mi ha detto che assomiglio al chitarrista...

Come sei approdato nei Floyd Machine?

E’ stato Andrea (Amico), con il quale ho collaborato in tournée con Tozzi, che mi ha parlato di questa tribute che riporta alla luce le emozioni dei Pink Floyd, e dato che ritengo che quei quattro ragazzi abbiano aperto le strade a molti artisti, mi ha fatto piacere aderire a questa realtà nostrana, che comunque entusiasma gli animi di chi li ascolta, proprio come facevano i veri Floyd nella loro carriera.

A cura di Eddi Giusti